Dopo il tavolo dell’8 giugno conclusosi con un nulla di fatto, proclamato lo stato di agitazione per i 34 dipendenti. Le divergenze con la multinazionale americana restano profonde.
La lunga storia della Mazzotti di Ravenna, storica eccellenza dell’agromeccanica italiana con oltre 70 anni di attività alle spalle, è inesorabilmente giunta al capolinea. La multinazionale statunitense John Deere, che aveva acquisito l’azienda di via Dismano nel 2017, ha confermato l’irreversibile intenzione di mettere la società in liquidazione e avviare le procedure di licenziamento collettivo per tutti i 34 dipendenti.
L’ultimo vertice, tenutosi lo scorso 8 giugno tra la direzione aziendale e i sindacati Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil, si è risolto in un nulla di fatto. Di fronte alla rigidità della proprietà e alla mancanza di garanzie, i lavoratori hanno risposto compatti facendo scattare, il giorno successivo, il primo sciopero con un’adesione totale del 100%.
LE RAGIONI DELLA CHIUSURA: DALLE CRISI GLOBALI ALLE SCELTE STRATEGICHE
L’annuncio shock della dismissione era arrivato lo scorso 5 maggio. Secondo quanto riferito dalla dirigenza ai rappresentanti sindacali, la scelta di chiudere lo stabilimento ravennate sarebbe motivata da un «prolungato contesto internazionale difficile», iniziato nel 2022 con lo scoppio della guerra in Ucraina, che ha generato un pesante calo degli ordini nel settore.
Tuttavia, la decisione si inquadra anche in una più ampia strategia globale del colosso americano “del Cervo”, volta alla razionalizzazione del proprio portafoglio prodotti. Negli ultimi anni, John Deere aveva già progressivamente integrato le storiche linee di irroratrici semoventi a filari della Mazzotti (come i modelli IBIS e MAF) all’interno del proprio ecosistema digitale e produttivo standardizzato. Una volta assorbito il know-how tecnologico, la multinazionale ha optato per l’eliminazione dei marchi paralleli – una manovra analoga a quella recentemente compiuta in Brasile con il marchio PLA – centralizzando la produzione e decretando, di fatto, la morte del brand Mazzotti.
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TRATTATIVE IN STALLO E PROFONDA INCERTEZZA

Sebbene i sindacati abbiano descritto il clima iniziale del confronto come collaborativo e aperto, le distanze sul futuro delle maestranze rimangono ad oggi incolmabili. L’azienda si è dimostrata irremovibile sulla chiusura, lasciando però i lavoratori in un limbo organizzativo ed economico.
«A oggi non è stato ancora presentato un piano chiaro relativo all’organizzazione del lavoro, ai livelli occupazionali e alla distribuzione delle mansioni», spiegano in una nota congiunta le sigle sindacali. Mancano certezze sulle tempistiche complessive del percorso di liquidazione della Mazzotti e, soprattutto, non vi è trasparenza sulla reale disponibilità economica che John Deere intende mettere sul tavolo per indennizzare il personale. Attualmente, le lettere di licenziamento non sono ancora partite solo perché restano da smaltire gli ultimi ordini residui in fabbrica.
SCATTA LO STATO DI AGITAZIONE: BLOCCO TOTALE E SCIOPERO AL 100%
La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere. A partire dal 9 giugno, è stato ufficialmente proclamato lo stato di agitazione. Il pacchetto di mobilitazione prevede il blocco immediato di tutti gli straordinari, della flessibilità e della reperibilità, oltre a un pacchetto di scioperi di almeno 24 ore complessive da gestire a livello aziendale.
Il battesimo della protesta è avvenuto già nel pomeriggio del 9 giugno, con una prima astensione dal lavoro di 3 ore (dalle 14:00 alle 17:00) che ha visto le fabbriche svuotarsi completamente, registrando un’affluenza ai picchetti del 100%. Tra i dipendenti la preoccupazione è altissima: molti di loro lavorano nel sito di via Dismano dai tempi della precedente gestione familiare e contavano di raggiungere lì l’età pensionabile.
L’OBIETTIVO DEI SINDACATI IN VISTA DEL 17 GIUGNO
«Il nostro obiettivo è ottenere un riconoscimento adeguato per tutti i lavoratori che dall’oggi al domani si trovano a dover ricominciare», ha dichiarato Elena Cecchi della Fiom Cgil di Ravenna.
Gli occhi sono ora puntati al prossimo decisivo incontro, fissato per il 17 giugno. I sindacati hanno lanciato un monito chiaro alla proprietà americana: la delegazione non accetterà più risposte vaghe o dilatorie. Al tavolo di metà giugno, John Deere dovrà presentarsi con dati trasparenti, cifre concrete e un piano sociale credibile, capace di mitigare il pesante impatto che questa chiusura avrà sul tessuto produttivo e sociale dell’intero territorio ravennate.
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Fonte immagini: Mazzotti.